martedì 27 agosto 2024

CANTI ORFICI

Dino Campana ha scritto il grande capolavoro dei Canti Orfici agli inizi del Novecento, ma prima di entrare nel merito dell'opera è bene farsi qualche domanda su chi era Campana e provare, solo provare, visto le scarse notizie che ci sono pervenute, a darsi qualche risposta. E ancora prima bisogna riflettere su cosa sia l'orfismo, una religione, una filosofia? 

Per capire un po' meglio i Canti Orfici bisogna prendere in considerazione anche la vita di Dino Campana, una vita certamente non facile, condotta da un personaggio che i medici e i familiari sostenevano di essere uno psicopatico, conclusasi nel manicomio e lì morto.

Campana aveva fatto proprio ed interiorizzato il mito di Orfeo legandolo alla filosofia di Nietzsche in un mix che lo ha condotto, a parer mio, ad uno stile di rottura con l'altra letteratura in atto in quella fase storica in Italia. Notevole è stata l'influenza dei futuristi, con cui poi rompe, mentre invece il messaggio di D'Annunzio è stato capace di capovolgerlo in una letteratura diametralmente a lui opposta.

È certo che la sua psicosi lo ha aiutato a scrivere le sue opere letterarie che rimangono un caposaldo, uno stile frammentato ma che riesce ad aprire al lettore orizzonti inesplorati. Uno dei pochi capaci di scrivere poemi un prosa come una sorta di diario del suo percorso iniziatico di rinascita. Nei miti che rappresenta ci sono quelli che vanno dall'inizio della storia dell'umanità ripercorrendola fino al presente, una rinascita perenne fino ad una nuova alba con un "uomo nuovo". 

Il libro mi ha fatto non solo compagnia in questa fase della mia vita in cui ho dovuto elaborare il lutto per la perdita di mia moglie, ma è stato fonte di notevoli riflessioni inedite che mi hanno permesso di creare immagini nella mia mente trasformate in poesie e dipinti. 

L'orfismo è stata una scoperta in assoluto ed è stato davvero piacevole approfondirlo con la speranza di poter accedere a quei riti iniziatici che consentono di poter dialogare con le anime. Ovviamente ciò è possibile solo se abbandoniamo la visione occidentale della razionalità dove tutto è spiegato con la logica scientifica e ci inoltriamo negli abissi dell'imprevedibilità. 



martedì 6 agosto 2024

PALAZZINA LAF

Ieri sera mi sono recato a cinema ed ho visto "Palazzina LAF" di  Michele Riondino, un film semplicemente poetico. Certo è realistico perché tratta di fatti realmente accaduti all'Ilva di Taranto e chi sa' (ed io lo so) in quante altre aziende ci sono state e ci sono reparti "confine" dove, appunto, venivano confinati lavoratori ritenuti indesiderabili semplicemente perché facevano valere i propri diritti. Lo Stato di Diritto varcate le soglie delle aziende si ferma, non vale più, per lo meno in alcune, ma diciamolo in diverse. 

Mi ha fatto ricordare i reparti nocivi dove mettevano i sindacalisti di reparto alla Fiat di Valletta, come quello della carrozzeria dove i sistemi di sicurezza per la propria salute non esistevano e pertanto erano condannati a morire prima degli altri. 

Pochi hanno scritto su queste fasi della storia del movimento operaio o quello scritto è destinato all'oblio. Invece Riondino lo rilancia senza remore di far "male" a qualcuno, un film a dir poco graffiante con sferzate frusta sul modo imprenditoriale che ha modellato tutto, anche i propri dipendenti, a merce, alla prostituzione in cambio di denaro. Ma c'è un altro mondo che mai potrà venire meno, il mondo rappresentato dai fiori seminati e coltivati con amore dalla stessa spia, sul davanzale di una delle finestre della Palazzina LAF dove erano rinchiusi i lavoratori con tanto di guardia che avevano di più dell'aguzzino. 

La donna che in gioventù avrebbe voluto cantare e non lo ha fatto chi sa' per quale motivo rinchiusa nella palazzina semplicemente perché in "esubero" alla sua mansione o perché non si era voluta inchinare alla volontà del direttore. Una vita spesa al lavoro e terminata in quel modo ingrato. 

Il conflitto interiore della spia, interpretato dallo stesso Riondino, è emblematico per rappresentare i valori tradizionali della cultura cristiana del popolo del Sud a cui era stato educato ed invece il tradimento che stava mettendo in atto. 

Mi ha fatto venire in mente un altro film di Elio Petri "La classe operaia va in paradiso" con Gian Maria Volonté, un attore straordinario che ha reinventato il mestiere dell'attore in Italia. Anche quel film fu di denuncia sociale delle sfruttamento e alienazione degli operai e compie scelte di campo a loro favore. 

La pesantezza della fabbrica, i rumori metallici, la brutalità dei rapporti, anche quelli dell'amore sono presenti in entrambi i film. 

Riondino interpreta molto bene il suo ruolo e la parte migliore è quella del conflitto con sé stesso per il tradimento che sta praticando. Esplode in lui partendo dalla sua coscienza religiosa e da quel momento anche lei non fa più la spia, anche se permangono in lui le caratteristiche antropologiche tipiche del gruppo socio-cuturale di appartenenza. 

Un ottimo film.



LIBRI FRAMMENTATI NELL'OTTOCENTO

LIBRI FRAMMENTATI NELL'OTTOCENTO di Luciano Vacca Nell'Ottocento prendere i libri in prestito era più conveniente che comprarli. Ma...