domenica 6 aprile 2025

LIBRI FRAMMENTATI NELL'OTTOCENTO

LIBRI FRAMMENTATI NELL'OTTOCENTO di Luciano Vacca

Nell'Ottocento prendere i libri in prestito era più conveniente che comprarli. Ma era necessario trovarsi nei pressi di una biblioteca, entrarci, pagare un'iscrizione annuale, dopodiché andare avanti e indietro, ritirando e restituendo i volumi. Il tutto in un luogo sacro, sotto lo sguardo sprezzante di bibliotecari borghesi ai quali era inevitabile rivelare i propri gusti letterari o la loro mancanza. Tali ostacoli, inconsistenti per chi era a suo agio in quell'ambiente, erano invece concreti per la maggioranza dei lettori potenziali che non osavano nemmeno entrare in una libreria, strutture minacciose in cui ai clienti di fiducia era concesso curiosare.

Giornali e periodici erano di natura diversa: più facilmente reperibili, più avvicinabili e senza dubbio più economici. Non vi era nulla di più semplice per un editore che suddividere un libro e venderlo a capitoli, se nn addirittura a pagine,  chi non poteva permettersi di acquistarlo tutto in una volta.

Esistevano tre diversi modi in cui un libro poteva essere pubblicato a puntate:

  • Il primo consisteva nella vendita di capitoli di sedici o otto pagine come pubblicazioni settimanali o mensili. I lettori potevano alla fine riunire le parti e farle rilegare in un unico volume. Il vantaggio risiedeva nel fatto che che si pagava poco alla volta e che, se la storia si fosse rivelata noiosa, si poteva semplicemente decidere di smettere di acquistare i fascicoli. Il metodo si rivelò abbastanza utile nella vendita di ampie opere di consultazione come il Grande dizionario universale del XIX secolo di Pierre Larousse.
  • La seconda modalità consisteva nell'inserimento dei capitoli in un periodico o in un quotidiano, in aggiunta alla normale offerta di notizie e rubriche.
  • Un terzo metodo era quello di stampare periodici interamente dedicati alla pubblicazione a puntate di diverse opere. In questo modo si poteva sperare di arginare il crollo di vendite che seguiva alla conclusione di un romanzo molto amato: pubblicando quattro o cinque libri contemporaneamente, c'era sempre la possibilità che gli abbonati si affezionassero a più di uno.

Agli inizi dell'Ottocento in Inghilterra la pubblicazione a puntate era la maniera più efficace per vendere libri, soprattutto i romanzi. L'idea di una rivista popolare illustrata adatta a tutta la famiglia, costituita in prevalenza da romanzi a puntate, fu una della tante innovazioni che furono imitate nel continente. Infatti nel "Journal pour tous" di Louis Hachette (la sua casa editrice è ancora presente nel mercato francese) le cui pubblicazioni iniziarono nel 1855 nel primo numero si dichiarava come lo scopo fosse quello di produrre in Francia il genere di periodico popolare che da alcuni anni circolava in Inghilterra. Il fine morale del "Journal pour tous" era di offrire sia "all'uomo dei mondo" sia la lavoratore "i romanzi più famosi della letteratura contemporanea". Pur non riuscendo a raggiungere livelli altissimi di diffusione, il "Journal pour tous" contribuì notevolmente alla diffusione di opere come quelle di Paul Féval e Eugène Sue.

Il romanzo a puntate richiedeva all'autore determinati requisiti - la rapidità di scrittura tipica dei giornalisti ossessionati dalle scadenze e l'impossibilità di ricorrere a revisioni e riscritture - e gli imponeva numerose limitazioni: il racconto doveva essere imperniato sull'azione, perchè potesse essere letto da un ampio pubblico che non ci poteva permettere di annoiare; i nuovi lettori doveva essere informati delle vicende precedenti; si dovevano preferire i dialoghi a scapito delle lunghe descrizioni. La pubblicazione di un romanzo a fascicoli nei giornali, soprattutto nei quotidiani, permetteva di prolungare quasi all'infinito la narrazione, in caso di successo, e di interromperla di punto in bianco se necessario. Naturalmente potevano uscire a puntate anche romanzi seri come quelli di Dickens ed anche dell'intellettuale Henry James che pubblicò  "Ritratto di signora" in fascicoli mensili sull'"Atlantic Monthly" di Boston sul "MacMillan's Magazine" di Londra.

Nel complesso, comunque, gli scrittori erano costretti a inserire nelle narrazioni frequenti momenti di "climax" per mantenere vivo l'interesse del lettore. Spesso l'architettura generale dell'opera veniva sacrificata a vantaggio dei ricorrenti colpi di scena o molto spesso il romanzo non aveva alcuna architettura particolare: c'erano autori che quando scrivevano non sapevano cosa sarebbe successo nelle puntate successive. Il pubblico richiedeva un evento mozzafiato (tecnica del cliffhanger), se non proprio al termine di ogni episodio, almeno - laddove gli abbinamenti erano trimestrali - prima della data del rinnovo. Gli autori non poteva permettersi di essere noiosi in nessun passaggio ed impararono i trucchi del mestiere: come "sbiancare" il testo, attraverso numerosi paragrafi e capitoli brevi che avrebbero riempito in fretta le pagine e come protrarre le conversazioni". Negli anni Quaranta uno come Alexandre Dumas si impegnò a scrivere per il "Siécle" centomila righe l'anno a un franco e mezzo a riga, il che significa che poteva arrivare a guadagnare più di centocinquantamila franchi annui: una vera fortuna in quell'epoca. Ed allora lui, dopo l'accordo iniziò a scrivere le sue righe straordinariamente brevi. Lo stratagemma inventato da Dumas non poteva durare a lungo infatti gli editori decisero che il pagamento sarebbe avvenuto ad ogni singola "parola". Dopo un pò la natura stereotipata dei romanzi a puntate iniziò a risultare per gli stessi lettori noiosa arrivando al punto di prevenire quanto l'autore stesso avrebbe scritto successivamente. Quel modo di scrivere, frammentare e comprimere il finale, sviluppò una passività completa nei lettori. Accadeva pure che l'acclamazione del pubblico di un autore richiedesse che un romanzo lo si protraeva all'infinito con una serie di personaggi secondari inutili per lo sviluppo della storia come accade oggi per alcune serie televisive dove il personaggio può finanche morire e poi resuscitare

Oltre alle pressioni dei lettori era la forza del mercato che spingeva gli scrittori trovassero una via d'uscita anche dalle situazioni più disparate. Il cattivo poteva anche essere stato ridotto a un tizzone ardente nell'incendio di un palazzo o affogato nelle acque gelide del Mare del Nord ma si trovava sempre un escamotage per far ripartire nuove serie straordinarie di avventure.

L'inizio di un romanzo doveva catturare il lettore, il finale doveva lasciarlo appagato. Alcuni incipt d'effetto vennero sfruttati ai limiti del ridicolo. I finali erano altrettanto problematici.

Il passaggio dalla pubblicazione a puntate al volume unico non era automatico, perlomeno in Francia, dove i quotidiani pubblicavano sempre più spesso romanzi in fascicoli che non venivano in seguito proposti in volume. In Inghilterra, al contrario, gli autori dei racconti a puntate erano in genere piuttosto affermati, e la pubblicazioni a episodi era solo il primi passo della vita di un romanzo.

Romans Feuilletons

L'invenzione del "romanzo a fascicoli" si diffuse rapidamente in tutta Europa. In Francia le elitarie "Revue de Paris" e "Revue des Deux Mondes" pubblicavano alta letteratura a puntate fin dalla loro nascita: la vera rivoluzione fu la comparsa dei romanzi a puntate sui quotidiani - il roman feuilleton. In Inghilterra questa pratica (tranne che nel caso dei supplementi domenicali) era inconsueta. In Francia divenne comune grazie all'intraprendente editore Emile Girardin.

La pubblicazione a puntate ebbe successo in tutta Europa, ma il modo con cui veniva recepito e il prestigio che vi si attribuiva variavano considerevolmente da una nazione all'altra. In Spagna e in Italia, la pubblicazione a puntate diventò la norma solo dopo che il feuilleton si era ampiamente diffuso in Francia negli anni Trenta dell'Ottocento, ma attirava soltanto le persone istruite del ceto medio che leggevano i giornali.


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Bibliografia:

Donald Sassoon - "La cultura degli Europei dal 1800 a oggi" Edito da Rizzoli





domenica 23 febbraio 2025

MILANO DEGLI ANNI SETTANTA, LA FINE DI UNA CITTA' BORGHESE

MILANO DEGI ANNI SETTANTA, LA FINE DI UNA CITTA' BORGHESE di Luciano Vacca

Nel dicembre 1978 Walter Tobagi dedica una breve inchiesta poi uscita sulle colonne del Corriere della Sera sulla metamorfosi della città di Milano descrivendone alcune caratteristiche tra cui il passaggio del testimone dal capitalismo privato alla classe politico-burocratica della Regione simboleggiato dal grattacielo Pirelli, il calo demografico, il costo crescente degli alloggi e lo svuotamento del centro storico, una nuova geografia urbana che specializza la funzione dei singoli quartieri esasperandone la vocazione, le difficoltà e il turbamento che attraversano il circuito scolastico pubblico, sono i segnali che danno la misura di quanto Milano sia al cospetto di una sfida, impegnata a cambiare completamente pelle. Venuta meno la compattezza della vecchia società milanese, si sta affermando una struttura economico-sociale che non vede più al cuore del sistema i grandi capitani dell'industria e le enormi fabbriche, ma un "vulcano in ebollizione" costituito da u reticolo di imprese medie e piccole costrette a muoversi in contesto ormai internazionale. Si sta facendo strada una visione positiva del "fare impresa" rispetto, i dinamico invece, alla demonizzazione del decennio precedente; a fronte del declino di una blasonata borghesia, va emergendo un ceto produttivo di nuovi imprenditori che hanno salvato la città dal tracollo e sono in cerca di legittimazione. Walter Tobagi prende in considerazione Silvio Berlusconi, vessillo del nuovo che avanza: ormai sono a decine le radio e le televisioni nate sul territorio nazionale e osserva che non rappresentano solo iniziative di carattere commerciale ma "speranza non confessata di esercitare un'influenza sull'opinione pubblica" e di conseguenza di un maggiore peso politico di Milano sulla scena nazionale. In quell'articolo Tobagi cita anche Giorgio Armani: nel successo del pret-à-porter e delle invenzioni dei stilisti si sprigiona un'altra direttrice disviluppo, guardata con sospetto dai sindacati che vi individuano solo "una corrente di esportazione, non una prospettiva di trasformazione", temendo in realtà un secondo mercato del lavoro fuori dalle tradizionali forme di controllo. Ma l'altro morivo interessante è l'addio ai vecchi modelli culturali, incarnato soprattutto dai giovani.

Le osservazioni di Tobagi corrono su una polemica sulla crisi di Milano che raggiunto il suo punto più alto a metà degli anni settanta. Fino a quel momento è prevalsa la sensazione di una profonda crisi o finanche di una decadenza irreversibile, a secondo dell'orientamento politico dei diversi osservatori, con il Sessantotto e l'autunno caldo o con la strage di piazza Fontana. Quel virtuoso equilibrio tra le diverse componenti della società cittadina - borghesia, ceti impiegatizi, classe operaia - è saltato, come è al tramonto tutto un sistema culturale fatto dai vecchi editori, l'assetto della carta stampata, le Università e tutte le istituzioni nate nel dopoguerra. Tutto questo viene vissuto con estremo disagio fin dalla fine degli sessanta e inizio del nuovo decennio. C'è da tenere in considerazione che il processo viene consumato in una città piegata dal terrorismo e dalla criminalità, attraversata dalla tensione politica e dalle contestazioni mote volte anche violente. Una città oppressa dalle difficoltà economiche, tra inflazione e disoccupazione soprattutto quella giovanile, minata dalla riconversione industriale e dal riassetto dei processo produttivi che si fa frenetico a partire dalla metà degli anni Settanta, dai cambiamenti del mondo del lavoro, dall'eclisse di modelli e valori consunti, alla ricerca spasmodica una identità perduta. Insomma è la fine della "città borghese" così come si è delineata Milano nel Novecento. E tutto avviene in un momento in cui i partiti e l'intero sistema politico sono sottoposti, anche a livello milanese, ad un ricambio di leadership e di uomini e il loro tradizionale ruolo di mediazione viene messo in discussione.

Nel novembre del 1975 sempre su Corriere della Sera, Lietta Tornabuoni aveva raccolto il parere di alcuni esperti e protagonisti della cultura milanese, ne cito alcuni: Inge Feltrinelli, Paolo Grassi, Indro Montanelli, Dario Fo, Aldo Garzanti, Oreste Del Buono. Viene fuori un quadro pieno di desolazione e rimpianto di un glorioso passato, quello dei salotti buoni e dei caffè frequentati da artisti e intellettuali. Milano viene tratteggiata come degradata, colpita, ferita, umiliata, gregaria, triste, piegata dagli scontri civili, dalla violenza politica, dai danni economici e morali. Finita la stagione illuminista e riformista, caduta l'illusione tecnocrate, in ripiego la verve di industriali kennedyani, chiuse le discussioni sull'incontro possibile tra neocapitalismo illuminato e socialismo ragionevole, inattesa dell'aiuto da Roma le industrie in crisi, in ribasso il rigoglioso mercato artistico, Milano non esprime più nulla di autonomo: la politica sindacale si fa altrove, così come altrove batte il cuore della cultura economica. De Buono arriva a definire Milano "un'orribile città che parla italiano, l'italiano più orribile mai sentito. Speranze ne ha poche: soltanto per riordinare i semafori ci vorrebbero dieci miliardi..." L'unica voce fuori dal coro fu quella di Aldo Aniasi, allora sindaco della città. Il quale nell'osservare la fine di quel paradigma elitario snobistico e l'inizio di forze nuove che premono, dalle periferie e dai giovani ai quali era necessario dare spazio con nuove formule, con nuovi linguaggi, nuovi saperi si stavano affermando, una nuova cultura avanzava.

La polemica sulla decadenza di Milano proseguì sulla stampa per molto tempo rilevando il disorientamento che una parte della intellighenzia meneghina provava di fronte ad un processo difficile da decifrare con gli strumenti teorici e gli schemi ideologici consueti.

Nel giugno del 1979 si tenne un convegno dal titolo "Società industriale metropolitana e i problemi dell'area milanese" promosso dalla Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano. Nella Tavola rotonda di questo convegno il sociologo Giuseppe De Rita pone due questioni. Innanzitutto il ripensamento del concetto dell'area metropolitana che deve essere evidentemente aggiornato alla luce del processo che sta trasformando la regione in un sistema sempre più policentrico e disarticolato e del quale Milano come fatto reale esce spiazzata da questo sistema. La soluzione sarebbe quella di imboccare la strada del "terziario superiore" per la città di Milano che, invece, in quel momento si collocava rispetto alle altre città europee e americane in uno stato di sottoterziarizzazione, come se viaggiasse con il "freno tirato", una sorta di sostanziale paura del terziario percepito come parassitario e solo di servizio alle attività industriale. In conclusione Milano sceglie ancora di essere legato ad un passato glorioso che nella realtà non c'è più. Secondo De Rita, Milano va capita ed aiutata ad uscire da questa crisi di identità e ricostruirne una al passo con il tempo.

Ancora nel 1997 il sociologo Franco Rositi riflettendo sul decennio 1970-1980 si sofferma su quanto la città ha perduto rispetto all'aurea stagione degli anni Cinquanta-Sessanta e sugli esisti del grande cambiamento avvenuto, che ha lasciato una città ricca, vitale e dalla forte vocazione metropolitana, ma nn ha lasciato solide infrastrutture culturali, no ha lasciato grandi biblioteche, non un decentramento universitario, non grandi mostre, no una ricerca avanzata, nn grandi simboli architettonici e urbanistici. Certo dice Rositi che il processo di riconversione dell'identità cittadina ha portato Mediaset ma come più come centrale di import dall'estero e di produzione leggera che come centro propulsore di originali modelli culturali di massa: ha portato  la moda e la pubblicità, ma senza che da questi settori siano mai partiti movimenti culturali incisivi o la liberalizzazione dei rapporti sessuali: moda e pubblicità sono ben lontane dal duro impegno o dal travaglio realistico e necessario che è alla base dei movimenti culturali emergenti. Rosini sostiene alla fine degli anni '90 che Milano continua una sorta di decadenza culturale.

La domanda da porsi è se gli anni Settanta per Milano abbiano rappresentato una continuità o una rottura con i decenni precedenti e questo è possibile rintracciarlo nelle formule di governo cittadine e nelle politiche locali, nella relazione tra progettualità imprenditoriale e creatività artistica, tra mercato e cultura, tra iniziativa privata e intervento pubblico, nella riflessione sul ruolo delle città nella ridefinizione dell'identità nazionale. 

Non c'è dubbio che la Milano degli anni Settanta sia il paradigma di una crisi di sistema, consumatasi nel contesto di una crisi complessiva che ha visto coinvolto l'intero Paese e lo stesso scenario internazionale. Tutte le città del mondo occidentale ne sono state investite a diverso titolo ponendosi in un certo qual modo come centri nevralgici di elaborazione culturale del cambiamento e quindi come motori di innovazione. Come le altre città: New York, San Francisco, Londra, Parigi, Francoforte, anche Milano  in quegli anni diventa un laboratorio di una generale riconversione dove si sperimentano nuove forme politiche anche di guida della città. Nasce una nuova imprenditoria, nuovi modi di fare e consumare cultura e in questo contesto è centrale il ruolo  dell'amministrazione comunale come motore di politiche capaci di stimolare le energie creative che provengono dal tessuto della società civile, dal mondo dell'informazione, dalla cultura.

Il momento è presente a chi si appresta a governare dopo le elezione del 1975 e dai discorsi di Aldo Aniasi e Carlo Tognoli questa preoccupazione ma anche le linee programmatiche dove centrale diventa la cultura, ricostruendo  attraverso di essa una identità milanese. Infatti la giunta di sinistra guidata da Tognoli si propone di difendere le istituzioni milanesi quali la Scala e il Piccolo che riescano a raggiungere il maggior numero di persone. Grandi mostre, conferenze, il teatro, biblioteche comunali diventano il pilastro della politica amministrativa. Un modello che si affermerà in tutta Italia seguito da tante altre giunte comunali. Nel 1977 il Club Turati organizza un seminario per rispondere in modo costruttivo alla polemica sul presunto decadimento culturale di Milano strumentalizzato dai ceti moderati sconfitti nell'ultima tornata elettorale, ma anche da una p arte della borghesia "illuminata" prima riformista negli anni Sessanta ed ora ripiegata su posizioni di rimessa, non essendo riuscita a svolgere un ruolo di classe dirigente nazionale. Claudi Martelli in quell'occasione del seminario espresse chiaramente le radici della crisi che erano intrinseche al divorzio tra cultura e industria culturale. Secondo lui, oltre ad un "chiarimento culturale" nei confronti dell'eredità del Sessantotto che voleva dirigere in modo miope la vita artistica e culturale mentre, invece, andava lasciata piena autonomia agli spazi di sperimentazione e ricerca in questo campo, doveva essere lanciato nell'immediato un programma di investimenti nel campo cinematografico, televisivo, e grandi mostre ed esposizione d'arte.

Nel 1978 il Comune di Milano promuove un convegno di due giorni alla Piccola Scala sul tema di una "cultura della città" da intendere la cultura come "modello di civiltà", come scelta di vita, come struttura globale dove ogni elemento fosse funzionale al ritrovamento di condizioni esistenziali adatte. Agganciandosi con la dimensione europea ed internazionale, Milano dove superare il travaglio del passaggio dal vecchi al nuovo e ritrovare una sua identità nel modello di una "città della cultura"

Proprio a Milano la nuova classe dirigente socialista trova e avvia un ripensamento che per un certo aspetto trova attardato il PCI, la DC e il mondo cattolico. Invece su Il Giornale Nuovo il convegno del 1978 fu accolto con soddisfazione e la lettura che ne dà Indro Montanelli è quella di una Milano che con fatica cerca di superare il modello del Sessantotto basato sulla lotta contro le istituzioni, la cosiddetta contestazione selvaggia che aveva avuto esiti devastanti ed individua in quel convegno una spaccatura tra i marxisti e tutti gli altri, libertari e cattolici. liberali e socialisti. La posizione del PCI al convegno del 1978 fu espressa dal segretario della Federazione milanese Riccardo Terzi. Nella crisi delle ideologie, Terzi intravede "un rischio di decadenza", mentre invece il socialista Ugo Finetti alludendo alla cultura resistenziale parlò di un cadavere da seppellire, mettendo in allarme i comunisti. Ormai tra il PSI e il PCI si era aperto una disputa che avrebbe avuto delle inevitabili ricadute sulla città. 

Intanto Milano era diventata l'epicentro del terremoto che investe il mondo della stampa, dell'editoria, della pubblicità, delle televisioni. Un terremoto altrettanto forte investe il sistema radio televisivo, sulla spinte di forze imprenditoriali, culturali e politiche, complice di una anarchia legislativa in cui versa il sistema, sono lasciate ad operare. Nel marzo del 1975 un gruppo di ventenni fonda la prima radio libera italiana, Radio Milano International, qualche mese dopo è la volta di Radio Popolare; da quel momento fu tutto un fiorire di emittenti ovunque, una rivoluzione che mette a soqquadro il sistema di informazione tradizionale delineando una nuova offerta radiofonica. E' lì che nasce Silvio Berlusconi. A metà degli anni Ottanta Milano è diventata la sede del nuovo impero televisivo privati, più della metà del fatturato della pubblicità proviene da imprese situate a Milano e in Lombardia. Una ricerca dell'Istituto Agostino Gemelli, finanziato dalla Provincia, dove sono presenti figure come Cesare Musatti, Francesco Casetti, Tatti Sanguinetti, Francesco Alberoni, attraverso una intervista della stesso Casetti sostiene che Milano è diventata una città vivacissima sia sul piano della ricerca artistica, del design, dei nuovi media.

Altrettanto fervido appare il panorama artistico della città delineato nel 2012 al Palazzo Reale di Milano con una straordinaria mostra su quegli anni: Addio anni '70. Arte a Milano 1969/1980. Appare che la città stessa è un laboratorio di comunicazione militante dove partecipano proprio tutti: scrittori, fotografi, pittori, scultori. La città ribolle di iniziative editoriali espresse nel circuito underground e della rete della cosiddetta comunicazione alternativa che danno vita a soluzione trasgressive e originali agganciandosi alle arti "minori" quali la moda, il design, l'architettura, la fotografia, i video, il teatro sperimentale, e tanto tanto altro. Nel 1979 riapre il PAC (Padiglione di Arte Contemporanea). Milano diventa capitale della moda con l'avvio delle attività di Giorgio Armani, Gianni Versace, Elio Fiorucci, Krizia. Una carica sperimentale nel teatro dove si affermano il Teatro Uomo, il Teatro Quartiere, il CTR, il Teatro dell'Elfo, la Palazzina Liberty di Dario Fo e Franca Rame. Nel 1980 la prima edizione della rassegna "Film-Marker" con registri giovani come Silvio Soldini e Maurizio Nichetti.

La memoria di quel decennio restituisce un'immagine di Milano inquieta e vitale, un bianco e nero di una città contemporaneamente immersa da una parte nella violenza politica e criminale, nell'austerity e dell'altra in un pulsare della vita artistica ed intellettuale, del sovvertimento delle regole della pubblicità, della moda, della nuova televisione.  Milano va vista come laboratorio dove convivono impegno politico e fantasia, contestazione e ricerca, politiche pubbliche e iniziativa privata. Tutto questo ha fatto sprigionare le migliori energie che alimenteranno la grande mutazione identitaria della città e influenzeranno tutta l'Italia.

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Bibliografia 

  •  "NON SOLO PIOMBO. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta" a cura di Irene Piazzoni, Mimesis Collana Storie di Storie n° 9
  •  W. Tobagi, Come Milano sta cambiando pelle, in "Corriere della Sera" 10 dicembre 1978
  •  M. Negri, S. Rebora "La città borghese"
  •  G. Di Leva, C. Tognoli "La cultura come terapia. Le attività culturali di Milano dal 1976 al 1986"
  •  "Milano: che vuol dire "decadenza?" in Avanti 10 Giugno 1977
  •  "Una proposta per la trasformazione" in L'Unità 4 Giugno 1978
  •  Intervista a Francesco Casetti in "Televisione. Storia, Immaginario, Memoria," di D. Garofalo, V. Roghi



domenica 26 gennaio 2025

IL PASSATO CHE NON PASSA

IL PASSATO CHE NON PASSA di Luciano Vacca

I SUDETI

I Sudeti sono montagne che attraversano tre confini: quello della Germania (la Sassonia), quello della Polonia (la Slesia) e quello della Repubblica Ceca (Boemia, Moravia e Slesia). Oltre ad essere un importante bacino di tre grandi fiumi che attraversano l'Europa centrale: l'Elba, l'Oder e la Moravia che sfociano rispettivamente nel Mar del Nord, nel Mar Baltico e nel Mar Nero. Poiché tra le due Guerre Mondiali, i Sudeti rappresentavano in gran parte la popolazione tedescofona all'interno della Moravia e della Boemia, con questa definizione si definiscono le popolazioni tedesche che si sono insediate fino alla Seconda Guerra mondiale. 

Veniamo adesso ai tedeschi dei Sudeti che come abbiamo detto sono popolazioni tedesche che fino alla Seconda Guerra mondiale popolavano territori germanofoni ai bordi settentrionali, meridionali e settentrionali dell'attuale Repubblica Ceca. In particolare essi comprendevano margini della Boemia, della Moravia e della Slesia.

A partire dal Tardo Medioevo (XIII e XIV secolo) la regione a cavalli di questa area geografica denominata Sudeti, fu colonizzata da popolazioni germaniche. La massiccia presenza dei tedeschi in Moravia non creò attriti in quanto il regno di Boemia faceva parte dell'Impero Asburgico. Solo a metà del secolo XIX, con l'avvento degli Stati Nazionali, si pose la questione boema

Da una parte c'erano le spinte nazionalistiche ceche che tendevano ad una autonomia linguista e politica, dall'altra c'era una rigida politica di germanizzazione a Praga e nelle principali città boeme e morave, in cui vivevano forti minoranze tedesche. Fu in questo contesto che si iniziò a parlare di "Tedeschi dei Sudeti" per definire una popolazione che abitava sparpagliata lungo le fasce di confine della Boemia e della Moravia e del Territorio dei Sudeti.

Nella realtà il territorio dei Sudeti non era altro che una fascia di confine che non aveva mai avuto una tradizione politico-amministrativa, si trattava soltanto di frange di rispettive regioni confinanti di lingua tedesca (Baviera, Sassonia, Slesia, Austria) che potevano essere accumunati appunto dalla lingua.

Quando gli Imperi Centrali furono sconfitti nella Prima Guerra mondiale e dopo aver approvato i cosiddetti "Quattordici punti" di Wilson tra cui quello relativo alla concessione dell'autonomia da concedere ai popoli dell'Impero austroungarico, tra ottobre e novembre del 1918, i deputati di lingua tedesca al Parlamento di Vienna proclamarono la Repubblica dell'Austria tedesca e dichiararono riuniti tutti i territori ex asburgici di lingua tedesca. Quindi l'Austria fu divisa in province, nelle quali due rappresentavano le popolazioni germanofone fino ad allora vissute ungo i confine con l'Impero di Germania: la Boemia Tedesca nella parte nordoccidentale della Boemia, al confine co a Baviera e la Sassonia e il Territorio dei Sudeti nella parte nordorientale della Boemia e in Moravia, al confine con la Slesia.

Dopo l'insediamento dei governi locali le due province furono soggette ad occupazione, delle volte violente, da parte dei militari cechi e le autorità fuggirono i esilio. Furono mesi di rivolte sanguinose e violente.

Nel 1919 ci fu il Trattato di Pace di Saint-Germain dove l'intera Boemia e Moravia vennero assegnate alla Stato Cecoslovacco. Le potenze vincitrici salvaguardando l'unità storica e amministrativa della regione e non il principio della nazionalità che avrebbe favorito la Germania e l'Austria, assegnarono quasi tre milioni di tedeschi allo Stato cecoslovacco.

Per la prima volta nella storia i tedeschi della Boema si trovarono al di fuori dei confini delle nazioni di lingua tedesca (Germania e Austria) e divennero una minoranza nella nuova Cecoslovacchia. Questa enorme deroga al principio dell'autodeterminazione dei popoli fu decisa per non avvantaggiare la Germania, sconfitta nel conflitto e ritenuta responsabile dello stesso e anche perchè la Cecoslovacchia era stata concepita come un territorio da cuscinetto antitedesco. 

Quindi dal 1919 i Tedeschi dei Sudeti, pur rappresentando il secondo gruppo etnico più popoloso della Cecoslovacchia, non ottennero lo status di Nazione riconosciuta: questi non si sentirono mai parte del nuovo Stato e sempre in attrito con la maggioranza ceca.

Comunque i governi cecoslovacchi tra i 1926 e i 1938 erano appoggiati dai partiti tedeschi e lo stesso governo vide la presenza di ministri tedeschi. Nel 1933 a Konrad Helein, fu chiesto di creare un movimento che assorbisse tutti gli atri partiti, il Fronte Patriottico dei Sudeti che gradualmente si portò sempre di più su posizioni filo-hitleriane fino a diventare uno strumento della politica di espansione verso est del nazionalsocialismo tedesco. Tutti i Tedeschi Sudeti lo votarono alle elezioni del 1938.

Nel 1939 Hitler invade la Cecoslovacchia e fu costruito il Protettorato di Boemia e Moravia e il territorio dei Sudeti divenne un'unità amministrativa della stessa Germania e il comandane fu il sopra citato Konrad Helein. 

Dopo la sconfitta tedesca nel secondo conflitto mondiale tutta quell'area venne restituita alla Cecoslovacchia e la popolazione di lingua tedesca dei Sudeti fu espulsa in massa. Ci furono tre milioni di profughi che tornarono in Germania rimpiazzandoli con cechi e slovacchi. Ma ci furono comunque, circa 150.000 tedeschi che riuscirono a sfuggire alle espulsioni considerati lavoratori indispensabili alle industrie che erano state nazionalizzate dai regimi comunisti. Oggi gli ex territori di lingua tedesca dei Sudeti fanno parte della Repubblica Ceca. Tra cechi e slovacchi sono più di 40.000 che si dichiarano di etnia tedesca oltre ai circa 14.00 cittadini tedeschi che vivono nella Repubblica Ceca. Hanno formato fin dall'immediato dopoguerra una loro organizzazione.

L'INTERNAZIONALE ETNONAZIONALISTA

E' riemersa, ormai già da un bel pò di anni, l'ideologia volkisch (etnico), dovuta oltre che dall'iniziativa metapolitica della nuova destra, all'influenza esercitata dall'élite dei federalisti etnici ma anche dall'influenza combinata della Baviera e dell'associazione dei profughi tedeschi dei Sudeti, mai venuti meno dal dopoguerra, costituitisi nell'Intereg (Istituto internazionale per il diritto dei gruppi etnici e i regionalismo). La base dottrinale dell'Intereg è quella del pensiero etnico e del pensiero volkisch, tutto sostenuto dalla Csu (Unione Cristiano-Sociale in Baviera) schierato a difesa del diritto all'Hemait (piccola patria) di origine.

Già dalla sua fondazione nel 1977 il Kuratiom (una sorta di Consiglio di Amministrazione) dell'Intereg professava la disarticolazione degli Stati nazionali attraverso i movimenti regionalisti e la sua validità l'hanno conservata fino ad oggi, anzi quel modello conquista sempre maggiori sostenitori, grazie ai movimenti in Baviera e non solo, che propugnano l'Europa della Regioni soprattutto dopo la riunificazione tedesca; si propone un ulteriore sviluppo: parallelamente alle regioni etniche si affiancano le regioni economiche.

E' l'Itereg a ideare già dal 1988 i progetto di una Regione europea transfrontaliera tra Germania e Repubblica Ceca, la REPUBBLICA EGRENSIS che interessa il territorio dei Sudeti, che dovrebbe favorire la cooperazione economica, ecologica e delle comunicazioni a cavallo di quella che una volta era linea di demarcazione tra Est e Ovest. Ma anche i tentativo di liquidare definitivamente io contenzioso tra i sudeti e i cechi che rivendicano lo stesso territorio. 

L'Intereg accanto all'impegno del Land della Baviera nasce su iniziativa dei profughi tedeschi Sudeti che si raccolgono nella Sudetendeutsche Landsmannschaft (Sl), federata nel Bund der Vertrieben (BdV), la potente organizzazione in cui figurano le associazioni regionali dei tedeschi espulsi dopo la seconda guerra mondiale dai territori orientali di quello che era stato il Terzo Reich.

IL "NETWORK" SEPARATISTA 

Tra i più stretti collaboratori del BdV è la Fuev, la Foderalistische Unipn Europaischer Volksgrupper, la Unione federalista delle Comunità etniche in Europa che opera insieme all'Intereg, al Verein fur das Deutschtum im Ausland (Vda), l'Associazione per la Germanità all'estero, e al movimento della Paneuropa.

Questa associazioni configurano, per gli stretti intrecci di persona e la rete di rapporti, un "network" del federalismo etnico e secessionista, che propaganda, dopo averlo modernizzato in chiave regionalista, il pensiero volkisch mitteleuropeo. All'Unione federalista delle Comunità etniche in Europa (Fuev) spetta il compito di preparare un ancoraggio giuridico, a livello internazionale, per l'Europa degli Stati regionali, con l'obiettivo di creare un ordinamento che codifichi il diritto all'Heimat a all'autonomia dei gruppi etnici.

La Fuev fondata nel 1949 si ricollega all'esperienza dei "Congressi delle nazionalità" sviluppatasi tra le due guerre mondiali e conclusasi nel 1938. Negli anni '50 espulsi i regionalisti francesi, nella Fuev è la componente tedesca a prendere i sopravvento, determinando così una CONTINUITA' STORICA CON L'ESPERIENZA DEGLI ANNI '20 E '30 quando erano i teorici entnonazionali tedeschi a dare il tono nella preparazione e nella celebrazione del Congresso europeo delle nazionalità. Lo Statuto della Fuev definisce come obiettivo della sua attività la conservazione dell'autonomia nazionale, della lingua, della cultura e dei diritti all'esistenza dei gruppi etnici europei. Per gruppo etnico si intende una volkliche Gemeinschaft, una comunità etnica, che si definisce "in particolare attraverso caratteri che essa vuole mantenere, come la propria lingua, cultura e storia".

IL PASSATO VIVE ANCORA

Negli anni '60 si forma un gruppo scientifico con professori universitari vicini ai profughi tedeschi ed elaborano delle linee guida di un diritto collettivo dei gruppi etnici e negli anni '70 si arriva ad un "Accordo Internazionale per la Difesa dei Gruppi Nazionali o Etnici o delle Minoranze" arrivando alla successiva proposta della "Convenzione Speciale per a Tutela dei gruppi Etnici in Europa".

Quel progetto di Accordo prevede che una minoranza possa liberamente riscattarsi dallo Stato con l'obiettivo di formare uno Stato indipendente o, con il consenso di questo Stato, con un altro Stato collegarsi o unificarsi. Queste teorie sono state portate avanti dalla Fuev fino agli an '80, ma dopo la cesura del 1989 gioca la carta dell'"autodeterminazione territoriale", poi ne 1994 costruisce la "Carta di Bolzano". Nel 1996 la Fuev riesce ad ottenere lo status di consulente presso il Consiglio Europeo e presso l'Onu e partecipa ufficialmente alle sedute della Commissione della Nazioni Unite sui diritti dell'uomo ed è riuscita ad avere un ruolo all'interno del Parlamento Europeo, della Csce e del Consiglio d'Europa. Il governo di Bonn dopo i 1989 ha moltiplicato gli sforzi per la tutela dee minoranza tedesche all'Est come quelli degli Stati postsovietici favorendo favorendo di fatto la Fuev che negli ulti anni ?90 fa figurare tra i suoi sostenitori finanche la Provincia autonoma di Bolzano e la Regione Trentino-Alto Adige.

Ogni due anni la Fuev in collaborazione con l'Intereg organizza il Congresso della nazionalità ed insieme pubblica la rivista Europa Ethica organo ufficiale degli etnofederalisti, che esplicitamente si rifà a una pubblicazione, Nation und Start, che negli ani '30 pubblicava saggi sulla razza di autori nazionalsocialisti e salutava come avvenuta "liberazione" l'occupazione nazista dei Sudeti.

L'ultima chicca è stata quando nel 1996 Wolfgang Bornsen, deputato del Cdu, si fece promotore di un finanziamento ottenendolo da parte delle istituzioni europee alla Fuev. Si tenga presente che il deputato tedesco considera ancora oggi una sua iniziativa del 1974 quando fece scrivere ai suoi studenti una lettera indirizzata all'ambasciata americana a Bonn, in cui veniva chiesto il perdono e la liberazione di Rudolf Hess, l'uomo più potente ed influente del Terzo Reich, a cui spettava durante il nazionalsocialismo il coordinamento delle attività in favore dei gruppi etnici tedeschi.

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Bibliografia

- B. Luverà "I confini dell'odio"

- G. Corni "Storia della Germania"

- R. Hilf "I progetti tedeschi di regioni transfrontaliere" i LiMes, n° 4. 1994, p.83

- Wikipedia "Tedeschi dei sudeti"




domenica 15 dicembre 2024

LA STRANA STAGIONE DELLA "SOLIDARIETA' NAZIONALE"

LA STRANA STAGIONE DELLA "SOLIDARIETA' NAZIONALE" di Luciano Vacca

Il 20 giugno del 1976 ci furono le elezioni e la campagna elettorale fu caratterizzata dalla preoccupazione del "sorpasso" comunista sulla Democrazia Cristiana che aveva tenuto nella primavera il suo congresso ed eletto some segretario Benigno Zaccagnini, un autorevole uomo della guerra partigiana amico di Aldo Moro. La sua elezione come segretario fu una soluzione creatasi da una maggioranza progressista che si andava formando all'interno della DC contro le vecchie oligarchie di partito e le pratiche di potere. Questa soluzione diede respiro ai giovani ed in particolare al mondo cattolico democratico, ma anche ai cattolici più intransigenti come quelli di Comunione e Liberazione che proprio in quel periodo formarono il loro movimento polito, appunto, il Movimento Popolare. Il mondo cattolico si era diviso tra quelli a favore del mantenimento della legge sul divorzio, come la Lega Democratica e quelli contro. E tra quelli a favore c'erano chi sosteneva l'esperimento di Zaccagnini e chi invece aveva definitivamente volto lo sguardo al Partito Comunista Italiano ottenendo alcune candidature come indipendenti al Senato. I vescovi in convengo tenuto a Roma nel 1974 criticarono che aveva scelto quest'ultima soluzione, quella di stare alcuni cattolici con il PCI. Ma da lì a poco, nel 1976, ci fu un convegno ecclesiale che legittimerà il pluralismo politico dei credenti.

La DC si presentò all'elezione come unica alternativa al comunismo recuperando in questo modo l'elettorato moderato. famosa la frase di Indro Montanelli che da poco aveva fondato il "Giornale nuovo": "turatevi il naso, a votate DC". La DC recuperando voti fino al 38% mentre il PCI pur avanzando arrivò al 34%, mentre il PSI ebbe un pessimo risultato al 9,6% come pessimo fu per tutti i partiti intermedi dell'area di governo. Mentre invece dall'altra parte furono eletti cinque deputati della sinistra movimentista: Democrazia proletaria. Il risultato elettorale fece evidenziare un bipolarismo capeggiato nei due schieramenti da una parte la DC e dall'altra il PCI.

Aldo Moro nel ruolo più defilato di presidente dell'Assemblea Nazionale della DC iniziò a parlare di uscire dalla "democrazia bloccata" e puntò su una possibile evoluzione della politica comunista quindi effetto di questa convergenza furono i cosiddetti governi di "solidarietà nazionale" che inizialmente videro l'astensione del PCI che abbandonava il ruolo di opposizione e come gli altri partiti dell'arco costituzionale permise di far nascere un governo monocolore guidato da Giulio Andreotti. I giornali coniarono l'espressione di "governo della non sfiducia". Tina Anselmi, una prima donna, anche lei aveva militato nelle file dei partigiani, fu nominata ministro della Sanità.

Ovviamente il conflitto politico era mediato, da questo momento, da un atteggiamento "consociativo" riducendo i margini di dialettica politica tra governo e opposizione assunta dal Partito Radicale di Marco Pannella erede della sinistra liberale. I radicali ispirati da un individualismo libertario elaborato da un umanismo politico dal 1978 iniziarono a proporre i primi referendum abrogativi dopo quelli del 1974 sul finanziamento pubblico ai partiti e sulla legge Reale, tutte e due sconfitti anche se raggiunsero percentuali di tutto rispetto.

Comunque il governo di "solidarietà nazionale" stabilizzò l'economia approfittando della bassa conflittualità sociale dovuta al nuovo ruolo assunto dal PCI. Nel sindacato si iniziò a parlare del salario come variabile non del tutto indipendente. Di lì a poco ci fu la "svolta dell'Eur" di Luciano Lama con u approccio più responsabile delle richiesta contrattuali Fu rilanciata la lotta al terrorismo con una riforma dei Servizi Segreti screditati e l'Ispettorato antiterrorismo e il Nucleo dei Carabinieri che furono sciolti, lasciando un pericoloso vuoto di intelligence e repressione i quella fase.

Successivamente nel 1977 il governo della "non sfiducia" fu allargato a La Malfa del PRI uomo vicino ad ambienti imprenditoriali più illuminati. Il clima politico internazionale andava cambiando e questo fece in modo che sia a destra che a sinistra gruppi interni agli schieramenti politici italiani inasprissero il conflitto. Proprio ij questa fase la loggia massonica P2 costituì una rete di reazioni tra il livello internazionale ed un gruppo di politici, militari, giornalisti, imprenditori per condizionare dall'interno il sistema democratico, influenzare il governo ed in particolare la DC. Inizia a circolare il "Piano di rinascita democratica" voluto da Licio Gelli con l'obiettivo di controllare la stampa, i sindacati, ridimensionare la magistratura e promuovere una serie di riforme politiche che semplificassero la democrazia e sterilizzassero i movimento sociali.

Il terrorismo di sinistra alzò il tiro contro le istituzioni e contro il PCI che secondo loro aveva ceduto alle lusinghe del potere. Ne 1976 le Brigate rosse guidate da Moretti iniziarono una serie di ferimenti e assassini di magistrati, giornalisti e politici. Si aprì una spirale di crescente terrore co l'azione congiunta di sigle come Prima Linea e i Nuclei armati proletari. Sempre nel 1977, i parallelo, cresceva il movimento di contestazione sia nelle città che nelle università guidato dall'arcipelago di Autonomia operaia.

Gli americani continuavano ad essere ostili ad un avvicinamento della DC al PCI e questo fu confermato anche dalla nuova amministrazione democratica di Carter mostrando sempre più insofferenza per la politica di "solidarietà nazionale". anche nel blocco sovietico l'avvicinamento di Berlinguer alla Dc non fu visto con buon occhio e i finanziamenti anziché arrivare al partito iniziarono ad arrivare a componente filosovietico interne critiche al segretario. 

Insomma l'Italia tentò di uscire dalla crisi economica e dalla stagione di violenza politica con u processo di evoluzione del sistema politico che venne però drammaticamente ostacolato. Nel 1977 il PCI chiese di superare la "no sfiducia" e di entrare direttamente nel governo con propri ministri, ma la DC preoccupata diede una risposta negativa ma si addivenne un accordo dove il PCI per tutto il mandato del settennato del presidente della Repubblica sarebbe stato nella maggioranza e non ancora nel governo. Nel 1978 l'ambasciata americana chiese nuovamente di interrompere quello scivolamento pericoloso, secondo loro, verso il "compromesso storico".

Mentre si svolgeva tutta questa delicatissima fase politica che avrebbe potuto portare al governo il PCI di Berlinguer, le Brigate Rosse il 16 marzo del 1978 rapirono Aldo Moro che si stava recando in Parlamento a votare la fiducia al nuovo governo Andreotti con l'accordo trovato con i comunisti. La "solidarietà nazionale" fu blindata in chiave di emergenza in difesa delle istituzioni. nel vasto sconcerto dell'opinione pubblica e delle forze politiche, gli apparati di sicurezza mostrarono tutta la loro inefficacia e impreparazione ad affrontare la strategia terrorista. Ancora oggi gli obiettivi delle Brigate rosse non sono chiari. Furono giorni terribili per l'Italia, giorni in cui tutto era molto confuso tra lettere inviate dallo statista, al processo del popolo a cui era stato sottoposto, azioni inefficaci dei servizi di sicurezza, la possibile trattativa, fino ad arrivare a posizioni di estrema fermezza voluta dal PCI e sulla quale si attestarono tutto il mondo politico con l'esclusione de PSI di Bettino Craxi. Oggi sappiamo che finanche a Santa Sede fece un tentativo senza successo per salvare Moro ipotizzando di pagare un riscatto. Come sappiamo che all'interno stesso delle Brigate rosse non tutti erano d'accordo con la sua uccisione, comunque in loro prevalse la posizione con quel gesto avrebbero segnato un riconoscimento politico diffondendo la tesi che la DC e lo Stato fossero responsabili della fine dell'ostaggio.

Il 9 maggio Aldo Moro fu fatto ritrovare morto e segnò la fine di una stagione politica non solo quella della "solidarietà nazionale" ma anche quella delle stesse Brigate rosse e di tutto il terrorismo di sinistra. I realtà oltre alla motivazione dell'emergenza istituzionale no si trovò un'altra motivazione per fare proseguire quell'esperimento politico.

Dal 1976 con la sconfitta elettorale del PSI di Craxi si era aperta a sinistra una forte conflittualità. Il nuovo corso dei socialisti era quello di mettere insieme il liberalismo con il socialismo contro il marxismo e di aprire una fase di stretta collaborazione don la DC lasciando all'opposizione il PCI.

Nel 1978 si ebbero le dimissioni di Giovanni Leone dal Quirinale che accusava la DC, il suo partito, di non averlo a sufficienza difeso in relazione ad alcune insinuazioni scandalistiche. Craxi ottenne che fosse eletto Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica, un partigiano e sostenitore di un rilancio della "solidarietà nazionale" quindi non ina figura propriamente vicina a lui.

Sempre nel 1978 il governo Andreotti aderì allo Sme, il Sistema monetario europeo, questo non permetteva più di avere flessibilità monetaria. Il PCI fu contraria a quella soluzione come fu contrario al dispiegamento di missili sul nostro territorio in risposta agli altrettanto missili Ss-20 che aveva schierato l'URSS. Lo scontro portò a none elezioni anticipate nel 1979 che videro per la prima volta perdere il 4% del consenso. Era un segnale simbolico forte che rappresentava la fine sella strategia del "compromesso storico". 

Si succedettero due fragili governi di Cossiga mentre il terrorismo continuava ad impazzare fino ad arrivare il 2 agosto del 1980 con la bomba esplosa nella stazione ferroviaria di Bologna provocando 85 morti co una matrice del tutto opposta a quella di sinistra. Poche settimane prima c'era stato l'abbattimento nei cieli di Ustica di u aereo civile con 81 persone a bordo dove probabilmente furono coinvolti le aviazioni dei paesi occidentali e della Libia. 

Il congresso della DC a febbraio del 1980 con l'accordo di una serie di correnti moderate allargate ad esponenti anche di sinistra tra cui Donat-Cattin oltre a quella andreottiana si definì il cosiddetto "preambolo" quindi l'esclusione di qualsiasi dialogo con il PCI. In quell'anno la Fiat mise in licenziamento 14.000 dipendenti, il PCI di Berlinguer e la CGIL si schierarono con il potere operaio i fabbrica, ma una astuta manovra della stessa azienda portò alla marcia dei 40.000 per e vie di Torino. Il PCI e la CGIL uscirono sconfitti. Si chiuse definitivamente sia sul piano politico che su quello sociale una stagione dove si era tentato di uscire dalla crisi economica e di sistema. Forse fu anche l'ultimo tentativo di trovare una soluzione alla crisi della Repubblica dei partiti e della loro rappresentanza.

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Bibliografia utilizzata:

"Storia essenziale dell'Italia repubblicana" di Guido Formigoni

"Piombo rosso" di G. Galli

"La Repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di u sistema politico 1945-1996" di P. Scoppola





domenica 1 dicembre 2024

LA SUCCESSIONE STORICA DELLA DEMOCRAZIA

 LA SUCCESSIONE STORICA DELLA DEMOCRAZIA di Luciano Vacca

La democrazia ha una storia relativamente breve. Nasce in una stagione tanto intensa quanto breve dell'antichità cui seguì una lunghissima sparizione dalla scena della storia. La riemersione avvenne circa tre secoli fa nel mondo anglosassone per poi diffondersi, non senza contrasti, nel resto dell'Occidente. Solo negli anno recenti la democrazia è diventata una realtà estesa in molta parte del mondo.

Nell'antichità tutto accadde nel IV secolo avanti Cristo nella città di Atene dove dopo aver superato di slancio il regime oligarchico, visse una breve ma intensissima stagione democratica. i libri di storia ci riportano praticamente tutto: l'atto di nascita con la riforma costituzionale di Cisterne e anche la data che ne sancì simbolicamente la fine, il processo e la condanna a morte di Socrate.

Quegli anni coincisero con una straordinaria fioritura delle arti e del pensiero che da sempre sprigionano un irresistibile fascino. Ma la vicenda politica fu intensa ma anche molto problematica: l'esercizio democratico del potere, da cui erano esclusi donne, meteci e schiavi, raggiunse un felice equilibrio nel trentennio in cui la democrazia fu guidata dalla forza e dalla saggezza di Pericle e cominciò ad incrinarsi subito dopo la sua morte con incursioni di demagoghi affascinanti e spregiudicati come Alcibiade che la spinse verso avventure come quelle in Sicilia. Gli ultimi anni di quel secolo furono difficili e tormentati: le sconfitte militari nel Peloponneso, il radicalismo popolare e la rabbiosa risposta degli oligarchi con i Trenta tiranni. Quando la democrazia tornò al potere processò e condannò Socrate macchiandone il nome della stessa democrazia per molti secoli successivi.

Ci fu una latenza di più di due millenni. La democrazia tornò ad affacciarsi sulla scena della storia nel Settecento. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti iniziò l'avventura moderna della democrazia. Essa da allora, circa tre secoli fa, ha preso forme diverse.

Possiamo tracciare una efficace sintesi dei cambiamenti avvenuti nella democrazia in tre fasi che si sono succedute nel corso del tempo:

  1. Il parlamentarismo liberale
  2. La democrazia dei partiti
  3. La democrazia del pubblico

Nella sua prima fase la democrazia ha avuto uno spiccato carattere elitario: basta ricordare agli scontri che scossero la Gran Bretagna per un secolo intero a causa delle intransigenti resistenze all'allargamento del suffragio, oppure, ancora, al fatto delle prime elezioni nell'Italia unificata dove poteva partecipare soltanto il 2% della popolazione e votò effettivamente lo 0,5% dei cittadini. Quella stagione sicuramente possiamo definirla come una "democrazia elitaria", uno strumento nelle mani di una parte piccola e privilegiata della popolazione che eleggeva una "sua" rappresentanza politico-parlamentare.

Ci furono aspre contese politiche ma dopo le cose cambiarono. Dalla fine dell'Ottocento i cittadini strutturarono una rete fittissima di organizzazioni per partecipare alla vita democratica. Oltre ai partiti c'erano i sindacati, le associazioni professionali, le organizzazioni delle donne e dei giovani, tutto l'associazionismo culturale. E poi i grandi movimenti che hanno scosso gli equilibri politici e sociali apportando nuova linfa alla stessa democrazia. Una democrazia organizzata dove i cittadini riuscivano, con minore o maggiore efficacia, a far sentire la propria voce attraverso un sistema articolato e diffuso di rappresentanza sociale e politica.

L'ultima stagione, nella quale ci stiamo immergendo viene definita la "democrazia disintermediata", ovvero una democrazia ridotta allo scontro tra diversi leader politici che interagiscono tramite il sistema mediatico e i cittadini ridotti a folla disorganizzata. La rappresentanza è ridotta all'identificazione con il leader: gli altri canali di scorrimento della volontà dei cittadini sono logorati e ostruiti.

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Bibliografia utilizzata per l'articolo:

  • "Il futuro addosso - L'incertezza, la paura e il farmaco populista" di Ferruccio Capelli
  • "Atene, la città inquieta" di Mauro Bonazzi
  • "Principi del governo rappresentativo" di Bernard Manin




domenica 17 novembre 2024

I CAMPI HOBBIT

È difficile fare Storia quando trattiamo argomenti troppo vicini alla nostra vita, ne sentiamo ancora il coinvolgimento emotivo, non c'è quella giusta distanza che ne permette freddezza di analisi scientifica, ma la storia contemporanea è così e per lo storico è una sfida a tenere separati il giudizio politico, ma non quello morale. 

Vagando negli studi della cultura politica e dei partiti italiani ho intercettato un argomento curioso e interessante ed in gran parte sottaciuto: come i giovani di destra vissero il loro '68. Devo precisare che io non l'ho vissuto affatto in quanto la mia generazione è venuta dopo, eravamo semmai i nipotini del '68, ne abbiamo subito io fascino. Quindi è solo per curiosità intellettuale quelo09 che mi ha spinto ad approfondire i cosiddetti Campi Hobbit. 

Intanto bisogna inquadrare l'argomento nel contesto storico in cui si sono tenuti: erano gi anni del '77 e in Italia c'era il terrorismo, quello delle Brigate Rosse e di atre organizzazioni clandestine o semi-clandestine che compivano attentati ed uccisioni di magistrati, dirigenti aziendali, politici e giornalisti. Erano anni terribili da cui uscivamo a fatica, con una forte mobilitazione di massa delle forze politiche sindacai democratiche e con una reazione dello Stato di pari violenza a quella messa in campo dalle organizzazioni terroristiche di sinistra.

Ma bisogna anche fare qualche cenno su chi erano gli hobbit. Gli hobbit sono una specie di uomini di Arda l'universo fantastico creato dallo scrittore inglese J. R.R. Tolkien che vivono nella Terra di Mezzo, principalmente amministrano un paese chiamato La Contea. Rivestono un ruolo importante nel racconto fantastico "Il Signore degli Anelli" scritto da Tolkien, loro sono "uomini quasi uomini" che si interessano di problemi che riguardano esclusivamente alla loro contea ed amano fare feste, camminano silenziosamente ed hanno una vista ed un udito molto sviluppati.

Di Campi Hobbit in Italia formalmente se ne tennero quattro ad opera dei giovani missini del Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del MSI. Elémire Zolla, uno scrittore, filosofo e storico delle religioni interpreterà i racconti fantastici di Tolkien in chiave neofascista e tradizionalista e quindi diventa per i giovani missini un punto di riferimento mito-poetico e preso a simbolico degli anni settanta. Sempre sul fronte della mitologia elaborata da Evola Julius, altro intellettuale di destra, bisogna far riferimento a lui per quanto riguarda l'utilizzo della croce celtica all'interno dei Campi Hobbit, che erano sostanzialmente dei raduni di giovani che ascoltavano musica dei gruppi dell'area di destra e tenevano dibattiti di cultura politica, otre a bere e ballare.

Negli anni del '77 irruppe nel mondo giovanile Pino Rauti, segretario per brevissimo tempo del MSI proprio con l'organizzazione di questi Campi con l'obiettivo di recuperare quell'area ribellistica e anti sistema che era propria delle nuove generazioni e nell'aprile del 1977 sui giornali di destra, in particolare il giornale satirico "La voce della fogna" fondato da Marco Tarchi, altro giornalista di destra, si diede l'annuncio del primo Campo Hobbit che si tenne a Montesarchio in provincia di  Benevento tra l'11 e il 12 di Giugno del 1977. L'intento era quello di radunare i propri militanti per mettere in comune delle iniziative metapolitiche, tematiche già erano presenti da qualche anno in quell'area: musica, radio libere, temi sociali, la disoccupazione giovanile,  l'ecologismo, la condizione della donna, temi che non venivano trattati formalmente e pubblicamente dal partito. In questo primo raduno appare per la prima volta la croce celtica, viene finanche tentata di formare una croce celtica umana come ben rappresentata nella foto di seguito.

Di Campi Hobbit ufficialmente ne sono stati organizzati quattro dal Fronte della Gioventù, poi ne sono seguiti atri che hanno a loro fatto riferimento in termini culturali. Poi il fenomeno culturale e politico piano piano è andato scemando, si è esaurito, ma ne rimane la memoria storica.

Insomma anche i giovani di destra hanno avuto il loro '68, anche se non gli piaceva essere ripresi con la mano destra alzata a mò di saluto fascista, rimane qualche foto interessante a rappresentare la dignità che il fenomeno culturale e politico ha avuto i Italia.


domenica 3 novembre 2024

FEDERALISMO - INDIPENDENZA - SECESSIONE

Il dibattito sull'opzione di una Italia Federale risale al nostro Risorgimento ed uno dei sostenitori fu Carlo Cattaneo, un filosofo e patriota che svolse un ruolo determinante nelle Cinque giornate di Milano del 1848. Cattaneo sosteneva la necessità uno Stato federale, una sorta di Confederazione tra Sati regionali che avrebbero dovuto garantire l'autonomia dei singoli Comuni. Un esempio di uno Stato federale era a noi confinante ed era la svizzera. Ma in quel dibattito prevalsero i sostenitore dello Stato Unitario che guidasse economicamente lo sviluppo ed intorno allo Sato di Savoia si strinsero tutti gli altri Stati regionali che rispetto al primo erano molto più deboli e sicuramente avrebbero segnato il passo mettendo in difficoltà l'Italia in relazione agli altri Stati Europei. Certo per realizzare l'Unità d'Italia, come sappiamo, fu anche grazie all'opera delle azioni militari compiute nel Meridione ed in altre parti del nostro territorio. Se non ci fosse stata l'azione combinata tra politica guidata da Cavour e quella militare di Garibaldi e dei suoi Mille, l'Unità avremmo realizzata con maggiore di quanto l'avessero fatta negli altri paesi europei.

Quindi l'opzione di uno Stato federale fu presente fin dagli albori dell'unità e pur privilegiando l'altra al momento della costituzione di uno Stato centrale, fu sempre una scelta possibile nel dibattito politico italiano, non fu mai abbandonata definitivamente, d'altronde non poteva essere diversamente dato che i nostri Comuni hanno avuto sempre grossi poteri ammnistrativi, solo in parte sospesi durante il regime fascista, ma che risalgono ancora all'impero di Carlo Magno nell'800.

Si è ripresentata in modo molto forte l'opzione federalista con la nascita dell'idea di una nazione Padana, con un popolo padano con proprie caratteristiche e questo è stato possibile proprio perchè si intravedeva la possibile realizzazione concreta dell'Unione Europea. Il federalismo rappresentato da Uberto Bossi che aveva già da tempo federato diverse Leghe presenti nel Nord dell'Italia ed in parte anche nel Centro, insieme a Gianfranco Miglio pesarono ad una Europa che fosse una confederazione delle diverse regioni europee, come alcune della Germania, passando dall'Austria, Francia e quelle Italiane più "robuste" economicamente, come la Lombardia.

Aver creato, per lo meno idealmente, la nazione Padania si è sostanziato una forma di razzismo, che possiamo definire etnorazzismo cioè basato sull'etnia, sulla stirpe. Questo concetto è ripreso in tutte le altre forme di richesta di indipendenza, ne è uno dei motivi per cui si giustifica prima l'indipendenza e poi la secessione. Qualcuno può chiedersi come mai la Lega non è riuscita nell'operazione, semplicemente perchè chi votava Lega non era per la secessione. E al di à del Senato Lombardo che aveva questa aspirazione, non era radicata per davvero nel cosiddetto popolo lombardo, non era maggioritaria per davvero nella Lombardia, né nel Veneto e tanto meno in Piemonte. Poi c'è stato anche una forte reazione da parte delle istituzioni dello Stato, i primo luogo sono stati coinvolti i diversi Presidenti della Repubblica contrari ad una soluzione di tal genere.

Ma l'opzione federalista rimarrà ancora nel dibattito politico italiano e nel futuro potrà esserci qualche altro organismo politico a cavalcare questa idea di una Italia Federale in una Europa delle Regioni.

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Bibliografia consultata:

- "I confini dell'odio - Il nazionalismo etnico e la nuova destra europea" di Bruno Luverià




LIBRI FRAMMENTATI NELL'OTTOCENTO

LIBRI FRAMMENTATI NELL'OTTOCENTO di Luciano Vacca Nell'Ottocento prendere i libri in prestito era più conveniente che comprarli. Ma...