domenica 23 febbraio 2025

MILANO DEGLI ANNI SETTANTA, LA FINE DI UNA CITTA' BORGHESE

MILANO DEGI ANNI SETTANTA, LA FINE DI UNA CITTA' BORGHESE di Luciano Vacca

Nel dicembre 1978 Walter Tobagi dedica una breve inchiesta poi uscita sulle colonne del Corriere della Sera sulla metamorfosi della città di Milano descrivendone alcune caratteristiche tra cui il passaggio del testimone dal capitalismo privato alla classe politico-burocratica della Regione simboleggiato dal grattacielo Pirelli, il calo demografico, il costo crescente degli alloggi e lo svuotamento del centro storico, una nuova geografia urbana che specializza la funzione dei singoli quartieri esasperandone la vocazione, le difficoltà e il turbamento che attraversano il circuito scolastico pubblico, sono i segnali che danno la misura di quanto Milano sia al cospetto di una sfida, impegnata a cambiare completamente pelle. Venuta meno la compattezza della vecchia società milanese, si sta affermando una struttura economico-sociale che non vede più al cuore del sistema i grandi capitani dell'industria e le enormi fabbriche, ma un "vulcano in ebollizione" costituito da u reticolo di imprese medie e piccole costrette a muoversi in contesto ormai internazionale. Si sta facendo strada una visione positiva del "fare impresa" rispetto, i dinamico invece, alla demonizzazione del decennio precedente; a fronte del declino di una blasonata borghesia, va emergendo un ceto produttivo di nuovi imprenditori che hanno salvato la città dal tracollo e sono in cerca di legittimazione. Walter Tobagi prende in considerazione Silvio Berlusconi, vessillo del nuovo che avanza: ormai sono a decine le radio e le televisioni nate sul territorio nazionale e osserva che non rappresentano solo iniziative di carattere commerciale ma "speranza non confessata di esercitare un'influenza sull'opinione pubblica" e di conseguenza di un maggiore peso politico di Milano sulla scena nazionale. In quell'articolo Tobagi cita anche Giorgio Armani: nel successo del pret-à-porter e delle invenzioni dei stilisti si sprigiona un'altra direttrice disviluppo, guardata con sospetto dai sindacati che vi individuano solo "una corrente di esportazione, non una prospettiva di trasformazione", temendo in realtà un secondo mercato del lavoro fuori dalle tradizionali forme di controllo. Ma l'altro morivo interessante è l'addio ai vecchi modelli culturali, incarnato soprattutto dai giovani.

Le osservazioni di Tobagi corrono su una polemica sulla crisi di Milano che raggiunto il suo punto più alto a metà degli anni settanta. Fino a quel momento è prevalsa la sensazione di una profonda crisi o finanche di una decadenza irreversibile, a secondo dell'orientamento politico dei diversi osservatori, con il Sessantotto e l'autunno caldo o con la strage di piazza Fontana. Quel virtuoso equilibrio tra le diverse componenti della società cittadina - borghesia, ceti impiegatizi, classe operaia - è saltato, come è al tramonto tutto un sistema culturale fatto dai vecchi editori, l'assetto della carta stampata, le Università e tutte le istituzioni nate nel dopoguerra. Tutto questo viene vissuto con estremo disagio fin dalla fine degli sessanta e inizio del nuovo decennio. C'è da tenere in considerazione che il processo viene consumato in una città piegata dal terrorismo e dalla criminalità, attraversata dalla tensione politica e dalle contestazioni mote volte anche violente. Una città oppressa dalle difficoltà economiche, tra inflazione e disoccupazione soprattutto quella giovanile, minata dalla riconversione industriale e dal riassetto dei processo produttivi che si fa frenetico a partire dalla metà degli anni Settanta, dai cambiamenti del mondo del lavoro, dall'eclisse di modelli e valori consunti, alla ricerca spasmodica una identità perduta. Insomma è la fine della "città borghese" così come si è delineata Milano nel Novecento. E tutto avviene in un momento in cui i partiti e l'intero sistema politico sono sottoposti, anche a livello milanese, ad un ricambio di leadership e di uomini e il loro tradizionale ruolo di mediazione viene messo in discussione.

Nel novembre del 1975 sempre su Corriere della Sera, Lietta Tornabuoni aveva raccolto il parere di alcuni esperti e protagonisti della cultura milanese, ne cito alcuni: Inge Feltrinelli, Paolo Grassi, Indro Montanelli, Dario Fo, Aldo Garzanti, Oreste Del Buono. Viene fuori un quadro pieno di desolazione e rimpianto di un glorioso passato, quello dei salotti buoni e dei caffè frequentati da artisti e intellettuali. Milano viene tratteggiata come degradata, colpita, ferita, umiliata, gregaria, triste, piegata dagli scontri civili, dalla violenza politica, dai danni economici e morali. Finita la stagione illuminista e riformista, caduta l'illusione tecnocrate, in ripiego la verve di industriali kennedyani, chiuse le discussioni sull'incontro possibile tra neocapitalismo illuminato e socialismo ragionevole, inattesa dell'aiuto da Roma le industrie in crisi, in ribasso il rigoglioso mercato artistico, Milano non esprime più nulla di autonomo: la politica sindacale si fa altrove, così come altrove batte il cuore della cultura economica. De Buono arriva a definire Milano "un'orribile città che parla italiano, l'italiano più orribile mai sentito. Speranze ne ha poche: soltanto per riordinare i semafori ci vorrebbero dieci miliardi..." L'unica voce fuori dal coro fu quella di Aldo Aniasi, allora sindaco della città. Il quale nell'osservare la fine di quel paradigma elitario snobistico e l'inizio di forze nuove che premono, dalle periferie e dai giovani ai quali era necessario dare spazio con nuove formule, con nuovi linguaggi, nuovi saperi si stavano affermando, una nuova cultura avanzava.

La polemica sulla decadenza di Milano proseguì sulla stampa per molto tempo rilevando il disorientamento che una parte della intellighenzia meneghina provava di fronte ad un processo difficile da decifrare con gli strumenti teorici e gli schemi ideologici consueti.

Nel giugno del 1979 si tenne un convegno dal titolo "Società industriale metropolitana e i problemi dell'area milanese" promosso dalla Regione Lombardia, Provincia e Comune di Milano. Nella Tavola rotonda di questo convegno il sociologo Giuseppe De Rita pone due questioni. Innanzitutto il ripensamento del concetto dell'area metropolitana che deve essere evidentemente aggiornato alla luce del processo che sta trasformando la regione in un sistema sempre più policentrico e disarticolato e del quale Milano come fatto reale esce spiazzata da questo sistema. La soluzione sarebbe quella di imboccare la strada del "terziario superiore" per la città di Milano che, invece, in quel momento si collocava rispetto alle altre città europee e americane in uno stato di sottoterziarizzazione, come se viaggiasse con il "freno tirato", una sorta di sostanziale paura del terziario percepito come parassitario e solo di servizio alle attività industriale. In conclusione Milano sceglie ancora di essere legato ad un passato glorioso che nella realtà non c'è più. Secondo De Rita, Milano va capita ed aiutata ad uscire da questa crisi di identità e ricostruirne una al passo con il tempo.

Ancora nel 1997 il sociologo Franco Rositi riflettendo sul decennio 1970-1980 si sofferma su quanto la città ha perduto rispetto all'aurea stagione degli anni Cinquanta-Sessanta e sugli esisti del grande cambiamento avvenuto, che ha lasciato una città ricca, vitale e dalla forte vocazione metropolitana, ma nn ha lasciato solide infrastrutture culturali, no ha lasciato grandi biblioteche, non un decentramento universitario, non grandi mostre, no una ricerca avanzata, nn grandi simboli architettonici e urbanistici. Certo dice Rositi che il processo di riconversione dell'identità cittadina ha portato Mediaset ma come più come centrale di import dall'estero e di produzione leggera che come centro propulsore di originali modelli culturali di massa: ha portato  la moda e la pubblicità, ma senza che da questi settori siano mai partiti movimenti culturali incisivi o la liberalizzazione dei rapporti sessuali: moda e pubblicità sono ben lontane dal duro impegno o dal travaglio realistico e necessario che è alla base dei movimenti culturali emergenti. Rosini sostiene alla fine degli anni '90 che Milano continua una sorta di decadenza culturale.

La domanda da porsi è se gli anni Settanta per Milano abbiano rappresentato una continuità o una rottura con i decenni precedenti e questo è possibile rintracciarlo nelle formule di governo cittadine e nelle politiche locali, nella relazione tra progettualità imprenditoriale e creatività artistica, tra mercato e cultura, tra iniziativa privata e intervento pubblico, nella riflessione sul ruolo delle città nella ridefinizione dell'identità nazionale. 

Non c'è dubbio che la Milano degli anni Settanta sia il paradigma di una crisi di sistema, consumatasi nel contesto di una crisi complessiva che ha visto coinvolto l'intero Paese e lo stesso scenario internazionale. Tutte le città del mondo occidentale ne sono state investite a diverso titolo ponendosi in un certo qual modo come centri nevralgici di elaborazione culturale del cambiamento e quindi come motori di innovazione. Come le altre città: New York, San Francisco, Londra, Parigi, Francoforte, anche Milano  in quegli anni diventa un laboratorio di una generale riconversione dove si sperimentano nuove forme politiche anche di guida della città. Nasce una nuova imprenditoria, nuovi modi di fare e consumare cultura e in questo contesto è centrale il ruolo  dell'amministrazione comunale come motore di politiche capaci di stimolare le energie creative che provengono dal tessuto della società civile, dal mondo dell'informazione, dalla cultura.

Il momento è presente a chi si appresta a governare dopo le elezione del 1975 e dai discorsi di Aldo Aniasi e Carlo Tognoli questa preoccupazione ma anche le linee programmatiche dove centrale diventa la cultura, ricostruendo  attraverso di essa una identità milanese. Infatti la giunta di sinistra guidata da Tognoli si propone di difendere le istituzioni milanesi quali la Scala e il Piccolo che riescano a raggiungere il maggior numero di persone. Grandi mostre, conferenze, il teatro, biblioteche comunali diventano il pilastro della politica amministrativa. Un modello che si affermerà in tutta Italia seguito da tante altre giunte comunali. Nel 1977 il Club Turati organizza un seminario per rispondere in modo costruttivo alla polemica sul presunto decadimento culturale di Milano strumentalizzato dai ceti moderati sconfitti nell'ultima tornata elettorale, ma anche da una p arte della borghesia "illuminata" prima riformista negli anni Sessanta ed ora ripiegata su posizioni di rimessa, non essendo riuscita a svolgere un ruolo di classe dirigente nazionale. Claudi Martelli in quell'occasione del seminario espresse chiaramente le radici della crisi che erano intrinseche al divorzio tra cultura e industria culturale. Secondo lui, oltre ad un "chiarimento culturale" nei confronti dell'eredità del Sessantotto che voleva dirigere in modo miope la vita artistica e culturale mentre, invece, andava lasciata piena autonomia agli spazi di sperimentazione e ricerca in questo campo, doveva essere lanciato nell'immediato un programma di investimenti nel campo cinematografico, televisivo, e grandi mostre ed esposizione d'arte.

Nel 1978 il Comune di Milano promuove un convegno di due giorni alla Piccola Scala sul tema di una "cultura della città" da intendere la cultura come "modello di civiltà", come scelta di vita, come struttura globale dove ogni elemento fosse funzionale al ritrovamento di condizioni esistenziali adatte. Agganciandosi con la dimensione europea ed internazionale, Milano dove superare il travaglio del passaggio dal vecchi al nuovo e ritrovare una sua identità nel modello di una "città della cultura"

Proprio a Milano la nuova classe dirigente socialista trova e avvia un ripensamento che per un certo aspetto trova attardato il PCI, la DC e il mondo cattolico. Invece su Il Giornale Nuovo il convegno del 1978 fu accolto con soddisfazione e la lettura che ne dà Indro Montanelli è quella di una Milano che con fatica cerca di superare il modello del Sessantotto basato sulla lotta contro le istituzioni, la cosiddetta contestazione selvaggia che aveva avuto esiti devastanti ed individua in quel convegno una spaccatura tra i marxisti e tutti gli altri, libertari e cattolici. liberali e socialisti. La posizione del PCI al convegno del 1978 fu espressa dal segretario della Federazione milanese Riccardo Terzi. Nella crisi delle ideologie, Terzi intravede "un rischio di decadenza", mentre invece il socialista Ugo Finetti alludendo alla cultura resistenziale parlò di un cadavere da seppellire, mettendo in allarme i comunisti. Ormai tra il PSI e il PCI si era aperto una disputa che avrebbe avuto delle inevitabili ricadute sulla città. 

Intanto Milano era diventata l'epicentro del terremoto che investe il mondo della stampa, dell'editoria, della pubblicità, delle televisioni. Un terremoto altrettanto forte investe il sistema radio televisivo, sulla spinte di forze imprenditoriali, culturali e politiche, complice di una anarchia legislativa in cui versa il sistema, sono lasciate ad operare. Nel marzo del 1975 un gruppo di ventenni fonda la prima radio libera italiana, Radio Milano International, qualche mese dopo è la volta di Radio Popolare; da quel momento fu tutto un fiorire di emittenti ovunque, una rivoluzione che mette a soqquadro il sistema di informazione tradizionale delineando una nuova offerta radiofonica. E' lì che nasce Silvio Berlusconi. A metà degli anni Ottanta Milano è diventata la sede del nuovo impero televisivo privati, più della metà del fatturato della pubblicità proviene da imprese situate a Milano e in Lombardia. Una ricerca dell'Istituto Agostino Gemelli, finanziato dalla Provincia, dove sono presenti figure come Cesare Musatti, Francesco Casetti, Tatti Sanguinetti, Francesco Alberoni, attraverso una intervista della stesso Casetti sostiene che Milano è diventata una città vivacissima sia sul piano della ricerca artistica, del design, dei nuovi media.

Altrettanto fervido appare il panorama artistico della città delineato nel 2012 al Palazzo Reale di Milano con una straordinaria mostra su quegli anni: Addio anni '70. Arte a Milano 1969/1980. Appare che la città stessa è un laboratorio di comunicazione militante dove partecipano proprio tutti: scrittori, fotografi, pittori, scultori. La città ribolle di iniziative editoriali espresse nel circuito underground e della rete della cosiddetta comunicazione alternativa che danno vita a soluzione trasgressive e originali agganciandosi alle arti "minori" quali la moda, il design, l'architettura, la fotografia, i video, il teatro sperimentale, e tanto tanto altro. Nel 1979 riapre il PAC (Padiglione di Arte Contemporanea). Milano diventa capitale della moda con l'avvio delle attività di Giorgio Armani, Gianni Versace, Elio Fiorucci, Krizia. Una carica sperimentale nel teatro dove si affermano il Teatro Uomo, il Teatro Quartiere, il CTR, il Teatro dell'Elfo, la Palazzina Liberty di Dario Fo e Franca Rame. Nel 1980 la prima edizione della rassegna "Film-Marker" con registri giovani come Silvio Soldini e Maurizio Nichetti.

La memoria di quel decennio restituisce un'immagine di Milano inquieta e vitale, un bianco e nero di una città contemporaneamente immersa da una parte nella violenza politica e criminale, nell'austerity e dell'altra in un pulsare della vita artistica ed intellettuale, del sovvertimento delle regole della pubblicità, della moda, della nuova televisione.  Milano va vista come laboratorio dove convivono impegno politico e fantasia, contestazione e ricerca, politiche pubbliche e iniziativa privata. Tutto questo ha fatto sprigionare le migliori energie che alimenteranno la grande mutazione identitaria della città e influenzeranno tutta l'Italia.

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Bibliografia 

  •  "NON SOLO PIOMBO. Politica e cultura nella Milano degli anni Settanta" a cura di Irene Piazzoni, Mimesis Collana Storie di Storie n° 9
  •  W. Tobagi, Come Milano sta cambiando pelle, in "Corriere della Sera" 10 dicembre 1978
  •  M. Negri, S. Rebora "La città borghese"
  •  G. Di Leva, C. Tognoli "La cultura come terapia. Le attività culturali di Milano dal 1976 al 1986"
  •  "Milano: che vuol dire "decadenza?" in Avanti 10 Giugno 1977
  •  "Una proposta per la trasformazione" in L'Unità 4 Giugno 1978
  •  Intervista a Francesco Casetti in "Televisione. Storia, Immaginario, Memoria," di D. Garofalo, V. Roghi



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